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Ricerca e industria7 min di lettura

Corto circuito

La ricerca sui materiali può offrire risposte concrete all’inquinamento da plastica. Per portarle dal laboratorio all’industria servono tempo, prove, domanda e capitale disposto a sostenere il rischio. È qui che l’innovazione deep tech europea incontra il suo ostacolo più difficile.

La plastica ha risolto problemi reali: ha reso possibili imballaggi leggeri, resistenti, economici e producibili in grandi quantità. Proprio questa combinazione di prestazioni e costo l’ha resa pervasiva, anche nelle applicazioni in cui un oggetto viene usato per pochi minuti. Oggi conosciamo meglio il prezzo ambientale di quel modello. Secondo l’OCSE, la produzione mondiale di plastica è passata da 234 milioni di tonnellate nel 2000 a 460 milioni nel 2019. Nello stesso anno sono stati generati 353 milioni di tonnellate di rifiuti plastici e, al netto delle perdite del processo, soltanto il 9% è stato effettivamente riciclato.

DATI 01 / PLASTICA NEL MONDO

La scala del problema

234Produzione mondiale · 2000milioni di tonnellate
460Produzione mondiale · 2019milioni di tonnellate

353milioni di tonnellate di rifiuti nel 2019

9%effettivamente riciclato

Fonte: OCSE, Global Plastics Outlook (2022). Milioni di tonnellate; dati 2019 salvo dove indicato. Il 9% si riferisce ai rifiuti effettivamente riciclati al netto delle perdite.

Il problema non autorizza una conclusione semplicistica: la plastica non può né deve sparire da ogni impiego. Impone però una domanda più esigente per i prodotti a vita breve. Quali funzioni richiedono davvero un materiale persistente? E quali possono essere riprogettate, riducendo la quantità di materia impiegata o cambiandone la natura?

Una risposta nasce dal modo in cui progettiamo

La ricerca sulla bioispirazione e sulla bioingegneria dei materiali parte dall’osservazione dei meccanismi naturali: molecole che formano film, strutture che proteggono una superficie, barriere che regolano gli scambi con l’ambiente. Da qui si possono sviluppare coating, laminati e materiali funzionali per applicazioni definite. Non si tratta di attribuire alla natura una soluzione già pronta. Occorre selezionare le materie prime, formulare un materiale, misurarne le prestazioni, verificarne la sicurezza e capire come produrlo con continuità.

Questo è l’approccio che IUV descrive nella propria piattaforma Naturameri™: partire da biomolecole naturali e rinnovabili e trasformarle in soluzioni applicative. Un esempio è NAPCO™, un coating di origine vegetale progettato per conferire a carta e cartone una barriera a oli e grassi, con formulazioni da validare secondo il supporto, il processo e la destinazione d’uso. È un caso utile per capire il potenziale della ricerca: la funzione richiesta dall’industria rimane, mentre si studia un modo diverso di ottenerla.

Una tecnologia promettente, tuttavia, non equivale a un beneficio ambientale già dimostrato in ogni contesto. “Bio-based” non significa automaticamente biodegradabile; la biodegradazione dipende dalle condizioni, e l’impatto complessivo va valutato lungo il ciclo di vita. Lo ricorda anche la Commissione europea. La domanda corretta, per ogni nuova soluzione, è quali prestazioni offra, a quale scala, con quali risorse e con quale destino dopo l’uso.

Il punto in cui si chiude il circuito

Nel deep tech, il percorso tra una dimostrazione convincente e un prodotto diffuso è spesso lungo. Nel caso dei materiali, una formulazione deve funzionare su substrati diversi, resistere alle condizioni d’uso, rispettare i requisiti applicabili, essere compatibile con le linee esistenti e mantenere risultati ripetibili quando i volumi aumentano. Le prove richiedono laboratori, impianti pilota, competenze industriali e tempo. La prima vendita non finanzia necessariamente tutto ciò che occorre per arrivare alla produzione su scala.

SCHEMA 02 / IL CORTO CIRCUITO

La scala viene chiesta prima di essere finanziata

  1. 01 / 04

    Laboratorio

  2. 02 / 04

    Prove e impianto pilota

  3. 03 / 04

    Qualifica industriale

  4. 04 / 04

    Volumi e costi competitivi

Per raggiungere il prezzo della scala servono investimenti. Ma spesso gli investimenti arrivano solo se il prezzo della scala è già stato raggiunto.

Qui nasce il corto circuito: al team che sviluppa una tecnologia si chiedono costi, volumi e metriche di un prodotto maturo proprio mentre deve ancora sostenere gli investimenti che renderebbero possibili quei costi e quei volumi. Il confronto con una filiera consolidata avviene prima che la nuova filiera abbia potuto costruirsi. Non è una ragione per sottrarre le tecnologie emergenti alla verifica economica. È una ragione per giudicarle in base allo stadio di sviluppo e finanziare, con obiettivi misurabili, i passaggi che mancano.

Le economie di scala non sono una proprietà che un materiale possiede in laboratorio. Si costruiscono con macchinari, approvvigionamenti, standard, volumi di acquisto, esperienza produttiva e una domanda sufficientemente stabile. La plastica dispone già di questo sistema. Un’alternativa deve dimostrare il proprio valore mentre contribuisce a costruirne uno nuovo. Prezzo immediato e potenziale industriale futuro sono quindi misure diverse: entrambe contano, ma non possono essere sovrapposte.

I numeri del capitale che manca

Il divario non riguarda soltanto la disponibilità di buone idee. Uno studio della Banca europea per gli investimenti sulle imprese innovative finanziate da venture capital mostra che le scaleup dell’Unione europea raccolgono circa la metà del capitale delle omologhe della Silicon Valley. È un confronto tra gruppi specifici di imprese, non una misura del finanziamento di tutto il deep tech; indica però la difficoltà europea nella fase in cui occorrono investimenti più grandi per crescere.

In Italia il problema assume una forma ancora più netta. Secondo la Banca d’Italia, nel triennio 2021–2023 gli investimenti di venture capital italiani sono stati circa un quinto di quelli registrati in Francia e in Germania. Lo studio individua tre elementi collegati: un numero relativamente basso di progetti innovativi che diventano startup, un settore dei fondi di venture capital poco sviluppato e maggiori difficoltà nell’uscita dagli investimenti. Non basta, dunque, chiedere più coraggio a un singolo fondo: servono una filiera di imprese, investitori e mercati capace di accompagnare la crescita.

DATI 03 / IL DIVARIO DI CAPITALE

Due confronti, due perimetri diversi

CAPITALE RACCOLTO DALLE SCALEUP

Silicon Valley
100
Unione europea
1/2

INVESTIMENTI VENTURE CAPITAL · 2021–2023

Francia / Germania
100
Italia
1/5

Fonti: BEI, The scale-up gap (2024), scaleup innovative finanziate da venture capital; Banca d’Italia, Il mercato italiano del venture capital (2025), investimenti VC 2021–2023. Indici illustrativi normalizzati, non volumi assoluti.

Il quadro è in movimento, ma il divario resta. Nella Relazione annuale sul 2025, Banca d’Italia rileva un aumento degli investimenti dei fondi di venture capital e, insieme, un mercato ancora sottodimensionato rispetto ai principali paesi europei. Nel luglio 2026 il Governatore ha descritto il possibile collo di bottiglia fra idea promettente e impresa industriale, osservando che il capitale destinato alla crescita dimensionale rimane limitato. Ha anche indicato quanto sia ridotta la partecipazione degli investitori di lungo periodo: il private equity pesa lo 0,5% degli investimenti delle assicurazioni e lo 0,7% di quelli dei fondi pensione, mentre il venture capital ha un peso trascurabile in entrambi i comparti. Sono dati sul mercato italiano nel suo insieme, non sul solo settore dei materiali. Rendono visibile, però, quanto sia stretta la base del capitale paziente. (Banca d’Italia, luglio 2026)

DATI 04 / CAPITALE DI LUNGO PERIODO

Una base ancora stretta

0,5%AssicurazioniQuota investita in private equity
0,7%Fondi pensioneQuota investita in private equity

Il venture capital ha un peso trascurabile in entrambi i comparti.

Fonte: Banca d’Italia, intervento del Governatore del 15 luglio 2026. Quote del private equity negli investimenti delle rispettive categorie; dati sul mercato italiano complessivo, non specifici per i materiali.

Capitale paziente non significa capitale senza criteri

Un materiale nuovo non diventa competitivo perché viene dichiarato sostenibile. Deve superare verifiche tecniche, ambientali ed economiche. Il capitale paziente serve proprio a pagare questo percorso, accettando che il rischio diminuisca per tappe: prima la prova della funzione, poi la ripetibilità, la compatibilità con un processo industriale, la validazione sulla specifica applicazione e infine la capacità di produrre e vendere a volumi maggiori.

PERCORSO 05 / VALIDAZIONE

Il rischio si riduce per tappe

  1. 01Funzione
  2. 02Ripetibilità
  3. 03Processo industriale
  4. 04Applicazione
  5. 05Produzione e vendita

Schema concettuale delle verifiche; tempi e requisiti dipendono dal materiale e dall’applicazione.

Venture capital, business angel, family office e investitori industriali possono intervenire in momenti diversi. Ma il loro contributo non basta se mancano impianti pilota accessibili, clienti disposti a fare prove, accordi di sviluppo, strumenti pubblici coerenti e un mercato che riconosca il valore delle prestazioni ambientali dimostrate. Anche le imprese utilizzatrici hanno un ruolo: chiedere a un fornitore emergente il prezzo di una soluzione già prodotta da decenni, senza condividere i costi della qualifica, significa spesso rinunciare in anticipo all’innovazione che dichiarano di cercare.

Non si tratta di trasferire ogni rischio alla collettività o di garantire che ogni progetto abbia successo. La selezione resta necessaria. Si tratta di distribuire il rischio in modo compatibile con i tempi reali della ricerca e di misurare gli avanzamenti con prove pertinenti, invece di aspettarsi una redditività immediata prima che il prodotto abbia potuto raggiungere la scala.

Dalla necessità ambientale a un mercato possibile

La transizione richiede più di una sostituzione materiale. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente indica riduzione degli usi superflui, riuso, riciclo e diversificazione verso alternative adeguate come parti di una stessa strategia. Per le tecnologie bioispirate, la questione è individuare le applicazioni in cui la funzione può essere garantita con meno risorse e con un fine vita più coerente, dimostrandolo caso per caso.

Le istituzioni europee riconoscono il problema della crescita. La strategia dell’UE per startup e scaleup comprende azioni su finanziamento, accesso al mercato, infrastrutture e regole. Il programma Scaleup Europe Fund punta a mobilitare 5 miliardi di euro per imprese tecnologiche in crescita; nel settembre 2026 la Commissione ha anche presentato una proposta di European Innovation Act. Sono iniziative rilevanti, ma non costituiscono ancora la prova che il divario sia colmato. La prova sarà nella continuità dei finanziamenti e nella capacità delle nuove tecnologie di arrivare a linee produttive e clienti.

Per IUV, lavorare sui materiali significa confrontarsi con entrambe le dimensioni del problema: trovare una risposta scientificamente solida a una funzione oggi affidata alla plastica e costruire le condizioni perché quella risposta possa essere applicata dall’industria. La natura può suggerire il principio. La ricerca può trasformarlo in una tecnologia verificabile. Perché diventi un’alternativa diffusa servono partner, domanda e capitali capaci di accompagnarla fino alla scala.

Il corto circuito dell’innovazione si interrompe qui: quando smettiamo di chiedere a una tecnologia emergente di presentarsi già come un mercato maturo e iniziamo a costruire, e a verificare con rigore, il percorso che può farla diventare tale.

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