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Storie di innovazione9 min di lettura

Quando il futuro era di plastica

Nel 1957 una casa di plastica raccontava il futuro. Settant’anni dopo, la sfida è progettare materiali che funzionino quando servono e non restino quando non servono più.

Nel 1957 Disneyland mostrava al mondo una casa costruita quasi interamente in plastica. Era il simbolo di un futuro moderno, leggero e tecnologico. Settant’anni dopo, la sfida è cambiata: non progettare soltanto materiali capaci di durare, ma progettare anche ciò che accadrà quando avranno terminato la loro funzione.

Questa storia attraversa quattro date, una promessa industriale e una domanda contemporanea: possiamo creare qualcosa di abbastanza performante da proteggerci quando serve e capace di non restare quando non serve più?

MAPPA 01 — SETTANT’ANNI IN QUATTRO DATE

La promessa cambia direzione

  1. 1955

    THROWAWAY LIVING

    Gettare diventa sinonimo di comodità.

  2. 1957

    HOUSE OF THE FUTURE

    La plastica promette un mondo leggero e durevole.

  3. 1972

    MICROPLASTICHE

    La ricerca trova frammenti nel Mar dei Sargassi.

  4. OGGI

    PROGETTARE IL RITORNO

    Funzione, origine e fine vita diventano un solo progetto.

1957. Il futuro entra a Disneyland

12 giugno 1957, Tomorrowland, Disneyland, California. I visitatori possono entrare in una casa che sembra arrivare direttamente dal futuro: la Monsanto House of the Future.

Ha quattro grandi ali curve sospese attorno a un nucleo centrale e una struttura in plastiche rinforzate con fibra di vetro. Il progetto nasce da un programma di ricerca finanziato da Monsanto al Massachusetts Institute of Technology. L’obiettivo è preciso: dimostrare che la plastica non è soltanto un materiale economico per gli oggetti quotidiani, ma un materiale ingegneristico evoluto, capace persino di costruire una casa.

Dentro, la promessa è ancora più evidente. Pareti, pavimenti, soffitti, piani di lavoro, stoviglie, scaffali e arredi fanno largo uso di plastica e fibre artificiali. Telefoni a pulsanti, vivavoce, lavastoviglie a ultrasuoni e lavabi regolabili in altezza completano una visione domestica che allora sembra fantascienza.

La casa rimane a Tomorrowland fino al 1967. Poi arriva il momento di demolirla. Secondo l’archivio storico ufficiale Disney D23, quando la palla da demolizione colpisce la struttura, rimbalza. La casa è talmente resistente che gli addetti devono smontarla progressivamente con altri strumenti.

DISEGNO 02 — LA CASA CHE NON CEDE

Nel 1957, resistere era la prova del futuro

MONSANTO HOUSE OF THE FUTURE — DISNEYLAND, 1957
01
Guscio in plastica rinforzata
02
Un solo pilastro centrale

Rappresentazione originale IUV. Fonte storica: Disney D23, Monsanto House of the Future.

Riletto oggi, l’episodio sembra una metafora. Nel 1957 non cedere, non rompersi e durare era la prova della superiorità tecnologica della plastica. Oggi sappiamo che la stessa persistenza, associata a prodotti utilizzati una sola volta, è una delle grandi contraddizioni del nostro modello di consumo.

La plastica non era nata come problema. Era nata come promessa. Ed è da questa promessa che bisogna partire per comprenderne l’evoluzione.

1955. Benvenuti nella Throwaway Living

Due anni prima della House of the Future, un’altra immagine aveva raccontato il mondo che stava nascendo. Il 1° agosto 1955 LIFE Magazine pubblica il servizio “Throwaway Living”. Nella fotografia di Peter Stackpole, una famiglia americana sorride mentre lancia in aria contenitori, bicchieri, piatti e altri prodotti destinati a essere usati e poi gettati.

Il messaggio è chiaro: non dover più lavare e conservare gli oggetti significa risparmiare tempo. Gettare dopo l’uso viene presentato come una conquista della modernità. Dopo gli anni della scarsità e del razionamento, comodità, abbondanza e disponibilità immediata diventano simboli di una nuova qualità della vita.

Qui nasce una delle contraddizioni più profonde della nostra epoca: abbiamo cominciato a usare materiali progettati per durare molto a lungo per realizzare oggetti progettati per durare pochissimo.

Una bottiglia. Un involucro. Una vaschetta. Un sacchetto. La funzione può terminare in pochi minuti. Il materiale no.

GRAFICO 03 — L’ASIMMETRIA

La funzione finisce. Il materiale resta.

USO DI UN IMBALLAGGIOMINUTI / GIORNI
PERSISTENZA DEL MATERIALEANNI / DECENNI

Abbiamo associato materiali progettati per durare a oggetti progettati per essere usati una volta sola.

Dal miracolo industriale alla scala globale

La plastica non avrebbe avuto il successo che conosciamo senza vantaggi reali. È leggera, resistente, versatile, modellabile ed economicamente efficiente. Ha reso possibili innovazioni decisive nella medicina, nella conservazione degli alimenti, nei trasporti e nell’elettronica.

La parola deriva dal greco plastikos, “capace di essere modellato”. I materiali plastici sono basati su polimeri, lunghe catene molecolari alle quali composizione e lavorazione possono attribuire proprietà diverse. Ma i polimeri non appartengono solo alla plastica sintetica: cellulosa, amido, seta e lana sono esempi di polimeri presenti in natura.

Il problema non è quindi semplicemente “la plastica”. È il rapporto tra quantità prodotte, durata dei materiali, modalità di utilizzo e gestione del fine vita.

Secondo l’OECD Global Plastics Outlook, la produzione mondiale è passata da circa 2 milioni di tonnellate nel 1950 a 460 milioni nel 2019: un aumento di circa 230 volte. Nel solo 2019 sono stati generati 353 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Quasi due terzi derivavano da applicazioni con vita utile inferiore a cinque anni e il packaging rappresentava circa il 40% dei rifiuti. Soltanto il 9% è stato effettivamente riciclato.

DATI 04 — DAL MIRACOLO ALLA SCALA

In 69 anni, la produzione cresce di 230 volte

2 Mt

PLASTICA PRODOTTA · 1950

460 Mt

PLASTICA PRODOTTA · 2019

353 Mt

RIFIUTI PLASTICI · 2019

9%

EFFETTIVAMENTE RICICLATO

1950
2019

Fonte: OECD, Global Plastics Outlook, dati 1950–2019.

È qui che la promessa del 1957 incontra il limite del modello. Non perché il materiale abbia smesso di funzionare. Paradossalmente, perché funziona troppo bene rispetto alla brevità di molti suoi utilizzi.

Dal cestino all’ambiente

La Throwaway Living presupponeva che, una volta gettato, un oggetto scomparisse dalla nostra vita. Ma “via” non è un luogo. Un rifiuto deve essere raccolto, trasportato, selezionato, recuperato, riciclato, incenerito o smaltito.

Quando il sistema si interrompe nasce il littering: l’abbandono e la dispersione dei rifiuti. Il vento trasporta un involucro, la pioggia lo trascina in un tombino, un corso d’acqua lo porta verso un fiume e il fiume può condurlo al mare.

Secondo le stime OECD, nel 2019 circa 22 milioni di tonnellate di materiali plastici sono fuoriusciti nell’ambiente attraverso gestione inadeguata dei rifiuti, littering e dispersione di microplastiche.

Ma esiste un secondo problema: la plastica dispersa può frammentarsi. E un oggetto che non vediamo più non è necessariamente un oggetto che non esiste più.

1972. La plastica diventa quasi invisibile

Nel marzo 1972 Edward J. Carpenter e K. L. Smith pubblicano su Science lo studio “Plastics on the Sargasso Sea Surface”. Nelle acque occidentali del Mar dei Sargassi rilevano in media circa 3.500 particelle plastiche per chilometro quadrato, per un peso di circa 290 grammi per chilometro quadrato.

Nel novembre dello stesso anno, Carpenter e altri ricercatori pubblicano “Polystyrene Spherules in Coastal Waters”. Le particelle osservate misurano in media appena 0,5 millimetri. Le sferule di polistirene vengono ingerite selettivamente da 8 delle 14 specie di pesci esaminate; gli autori segnalano un possibile rischio di ostruzione intestinale negli esemplari più piccoli.

Era il 1972. Quello che oggi chiamiamo problema delle microplastiche era già sotto gli occhi della ricerca. La lezione resta essenziale: frammentazione e biodegradazione non sono sinonimi. Diventare più piccolo non significa scomparire.

La prima evoluzione: le bioplastiche

Di fronte alle criticità della plastica convenzionale, la ricerca esplora materie prime differenti e nuove possibilità di fine vita. Nasce così l’universo che comunemente definiamo bioplastiche. Il termine, però, può generare equivoci.

Bio-based e biodegradabile non significano la stessa cosa. Bio-based descrive l’origine biologica, totale o parziale, della materia prima. Biodegradabile descrive il comportamento del materiale e la possibilità che venga degradato biologicamente in condizioni determinate. Le due caratteristiche possono coincidere, ma non necessariamente.

La review di Madeleine R. Yates e Claire Y. Barlow del 2013 evidenzia come la valutazione ambientale di PLA, PHA e polimeri a base di amido dipenda dall’intero ciclo di vita, dalle condizioni di produzione e dall’applicazione.

MAPPA 05 — OLTRE LA BIOPLASTICA

Dove si collocano i Naturameri

«Plastica» è il materiale costituito da un polimero al quale possono essere aggiunti additivi o altre sostanze e che può funzionare come componente strutturale principale del prodotto finito, a eccezione dei polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente.

DIRETTIVA (UE) 2019/904
AMBITO NORMATIVOPLASTICA
POLIMERI MODIFICATI CHIMICAMENTE
NON BIODEGRADABILE
BIODEGRADABILE
BIO-BASED
ORIGINE RINNOVABILEBIO-PE · BIO-PET
BIOPLASTICHEPLA · PHA · PBS
FOSSIL-BASED
PLASTICHE CONVENZIONALIPE · PP · PET
POLIMERI SINTETICIPBAT · PCL
FUORI DALL’AMBITO PLASTICANATURAMERI™LA TERZA PROSPETTIVA

Polimeri naturali non modificati chimicamente

ECCEZIONE PREVISTA DALLA DIRETTIVA (UE) 2019/904 · COMPOSTABILI A CASA

Schema interpretativo IUV sulla base della Direttiva (UE) 2019/904, articolo 3, punto 5.

La domanda quindi cambia. Non basta chiedere: “È una bioplastica?”. Bisogna chiedere: da dove proviene il materiale? Come viene ottenuto? Qual è la sua struttura? In quali condizioni si degrada? Che cosa lascia dopo di sé?

Non basta gestire meglio il rifiuto

Per decenni gran parte dell’innovazione ambientale si è concentrata sul downstream: raccogliere, separare e riciclare meglio. Sono attività indispensabili. Ma quando interveniamo sul rifiuto, il prodotto è già stato progettato, prodotto, venduto e utilizzato.

L’upstream innovation ribalta la prospettiva: interviene prima. Ripensa prodotto, packaging, materiale e modello d’uso affinché il problema venga ridotto alla fonte. Eliminare ciò che non serve, riutilizzare quando possibile e progettare la circolazione dei materiali quando l’imballaggio è necessario sono strategie complementari.

La domanda più interessante diventa: e se invece di progettare meglio il rifiuto progettassimo diversamente il materiale?

La norma apre una terza prospettiva

La Direttiva (UE) 2019/904 definisce la plastica come un materiale costituito da un polimero, al quale possono essere aggiunti additivi o altre sostanze e che può funzionare come componente strutturale principale del prodotto finito. Introduce però un’eccezione: i polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente.

La norma chiarisce anche che le plastiche prodotte con polimeri naturali modificati, così come le plastiche bio-based e biodegradabili, rientrano nella definizione quando soddisfano i criteri previsti.

È una distinzione fondamentale perché apre una terza prospettiva oltre all’alternativa plastica fossile → bioplastica: partire direttamente da polimeri presenti in natura e mantenerne la struttura chimica naturale.

Dai biopolimeri ai Naturameri

Dentro questa domanda nasce il concetto di Naturameri. IUV usa il termine per identificare una classe di molecole naturali, non modificate chimicamente, provenienti da matrici connesse alla vita e in particolare al mondo vegetale.

Non è semplicemente una nuova denominazione. È il tentativo di cambiare il punto di partenza: non partire dalla plastica chiedendosi come renderla progressivamente più sostenibile, ma partire dalla natura chiedendosi come trasformare molecole già presenti in essa in materiali capaci di svolgere funzioni tecnologiche.

La differenza sembra sottile, ma concettualmente è enorme. Non significa più chiedere soltanto “come possiamo realizzare una plastica migliore?”, ma “per svolgere questa funzione abbiamo davvero bisogno che il materiale sia plastica?”.

La ricerca IUV

Il percorso di IUV nasce nel 2012 con attività di ricerca, sperimentazione e sviluppo orientate a due problemi collegati: realizzare soluzioni di confezionamento plastic-free e sviluppare formulazioni capaci di contribuire ad aumentare la vita commerciale degli alimenti.

Da questa ricerca nasce lo sviluppo di laminati basati sui Naturameri. Tra le matrici indicate da IUV figurano alghe, sottoprodotti cerealicoli e piante tropicali. Il materiale è di origine vegetale e proviene da fonti rinnovabili.

Secondo le caratteristiche dichiarate da IUV, il laminato è progettato per degradarsi naturalmente nel suolo in presenza delle condizioni indicate — luce, aria e umidità — e per sciogliersi in acqua senza danneggiarla. Le prestazioni e il fine vita devono essere verificati per la specifica formulazione e applicazione.

È qui che il percorso iniziato con le bioplastiche può compiere un altro passaggio: dalla sostituzione della fonte fossile alla riprogettazione della natura stessa del materiale.

1957 e oggi: due idee di futuro

Nel 1957 la House of the Future raccontava un sogno: un futuro in cui quasi tutto avrebbe potuto essere fatto di plastica. Settant’anni dopo, la ricerca sui nuovi materiali parte quasi dalla domanda opposta: quante funzioni oggi svolte dalla plastica potrebbero essere svolte senza plastica?

Non è una condanna del passato. La plastica ha contribuito allo sviluppo della società contemporanea e resta indispensabile in numerose applicazioni. Ma il contesto è cambiato. Nel 1957 la sfida era costruire un materiale abbastanza resistente da durare. Oggi, soprattutto nelle applicazioni a vita breve, dobbiamo progettare anche che cosa accadrà dopo.

Progettare anche la scomparsa

Un materiale realmente innovativo non può essere valutato soltanto mentre svolge la propria funzione. Deve essere considerato lungo tutto il percorso: origine, produzione, funzione, utilizzo e fine vita.

Per il packaging è decisivo. Un imballaggio deve proteggere, essere sicuro, garantire prestazioni e funzionare nei processi industriali e logistici. Ma pochi minuti o giorni di utilizzo non dovrebbero corrispondere automaticamente a una persistenza enormemente superiore.

La prima grande rivoluzione dei materiali ci ha insegnato a progettare la durata. La nuova generazione dovrà imparare anche a progettare il ritorno.

SCHEMA 06 — IL MATERIALE DEL FUTURO

Non basta progettare la durata. Bisogna progettare il ritorno.

  1. 01ORIGINE
  2. 02PRODUZIONE
  3. 03FUNZIONE
  4. 04UTILIZZO
  5. 05FINE VITA

Abbastanza performante da proteggerci quando serve. Capace di non restare quando non serve più.

Dalla House of the Future al Material of the Future

La House of the Future cercava di dimostrare che avremmo potuto costruire il futuro con la plastica. Oggi il futuro dei materiali può dipendere dalla capacità di andare oltre quella stessa idea: non soltanto sostituire una plastica fossile con una plastica bio-based e non soltanto gestire meglio ciò che rimane, ma ripensare a monte la natura del materiale.

È la direzione nella quale si inserisce la ricerca sui Naturameri: molecole presenti in natura, non modificate chimicamente, usate come base per una nuova generazione di soluzioni plastic-free.

Nel 1957 il simbolo dell’innovazione era una casa così resistente che, dieci anni dopo, risultò difficile demolirla. La domanda per la nuova generazione è diversa: possiamo creare qualcosa di abbastanza performante da proteggerci quando serve e capace di non restare quando non serve più?

Per IUV, è da questa domanda che può iniziare il prossimo futuro.

Fonti principali: Disney D23, Monsanto House of the Future; LIFE Magazine, 1 agosto 1955; OECD, Global Plastics Outlook; Carpenter & Smith, Science, 1972; Carpenter et al., Science, 1972; Yates & Barlow, Resources, Conservation and Recycling, 2013; Direttiva (UE) 2019/904. I dati e le prestazioni IUV si riferiscono alle formulazioni e alle condizioni dichiarate e devono essere verificati sulla specifica applicazione.

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